De Chirico by CALVESI Maurizio - MORI Gioia -

By CALVESI Maurizio - MORI Gioia -

Firenze, 1988, quarto copertina illustrata a colori, pp. 50 compl. ailing. (n. monografico si "Art e Dossier")

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La letteratura cinese

L. a. letteratura cine di Giuliano Bertucciolia cura di Federica CasalinPremessa di Federico MasiniLa letteratura cinese di Giuliano Bertuccioli, uscita nel 1968 in keeping with i tipi di Sansoni, fu accolta come una novità editoriale di pregio assoluto: con l. a. trattazione puntuale e accattivante della materia, l’ampio repertorio di brani antologici in line with l. a. prima volta tradotti in italiano dall’originale e l’accurata bibliografia finale si conquistò il consenso unanime della critica.

Beethoven e le mondine. Ripensare la cultura popolare

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Dopo un’ora di lotta col vetro, eravamo stanchi ed umiliati. Avevamo entrambi gli occhi infiammati ed aridi per il troppo guardare il vetro rovente, i piedi gelati e le dita piene di scottature. D’altronde, lavorare il vetro non è chimica: noi eravamo in laboratorio con un altro scopo. Il nostro scopo era quello di vedere coi nostri occhi, di provocare con le nostre mani, almeno uno dei fenomeni che si trovavano descritti con tanta disinvoltura sul nostro testo di chimica. Si poteva, per esempio, preparare l’ossidulo d’azoto, che sul Sestini e Funaro era ancora descritto col termine poco proprio e poco serio di gas esilarante.

Idrogeno Era gennaio. Enrico mi venne a chiamare subito dopo pranzo: suo fratello era andato in montagna e gli aveva lasciato le chiavi del laboratorio. Mi vestii in un attimo e lo raggiunsi in strada. Durante il cammino, appresi che suo fratello non gli aveva propriamente lasciato le chiavi: era questa una formulazione compendiaria, un eufemismo, di quelli che si dicono a chi è pronto a capire. Il fratello, contrariamente al solito, non aveva nascosto le chiavi, e neppure se le era portate dietro; inoltre, aveva dimenticato di rinnovare ad Enrico la proibizione di impadronirsi delle chiavi medesime, e le minacce nel caso che Enrico avesse contravvenuto.

Aronne, che fai! » Barbamiclín era un semplice; in Acqui veniva rispettato e protetto, perché i semplici sono figli di Dio e non dirai loro «raca». Però lo chiamavano Piantabibini, da quando un rashàn (un empio) si era preso gioco di lui facendogli credere che i tacchini («bibini») si seminano come i peschi, piantandone le penne nei solchi, e crescono poi sui rami. Del resto, il tacchino aveva un posto curiosamente importante in questo mondo famigliare arguto, mite ed assestato: forse perché, essendo presuntuoso, goffo e collerico, esprime le qualità opposte e si presta a divenire uno zimbello; o forse, piú semplicemente, perché a sue spese si confezionava a Pasqua una celebre semi-rituale quaiëtta ’d pitô (polpetta di tacchino).

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